La storia d’amore raccontata dall’Angelo del Dolore

L’immagine di copertina è uno scatto del Socio Simone Scimìa

Straziante e commovente allo stesso tempo, racconta la storia dell’amore di una vita, terminato, inevitabilmente, a causa dello scorrere del tempo.

Stati Uniti. Il giovane William Wetmore Story, laureato in legge ad Harvard, abbandona la carriera giuridica per dedicarsi alla sua vera vocazione: la scultura.

Il suo incontro con l’arte era stato casuale, poco più di un passatempo. Un hobby, come dicono gli Americani. Alla morte del padre, un importante giudice di Salem, nel Massachussets, però la comunità locale lo incarica di realizzare il suo monumento funebre. William accetta, ma solo dopo un viaggio all’estero, per studiare ciò che era stato fatto dai nostri antenati del Vecchio Continente.

Così William arriva a Roma, proprio negli anni della Repubblica Romana. L’Urbe gli rapisce il cuore, tanto che al ritorno in patria, dopo aver realizzato il monumento funebre per il padre, decide di tornare di nuovo qui.

«Ogni notte sognavo di essere di nuovo a Roma, al lavoro nel mio studio. Alla fine mi resi conto che il cuore non batteva più per la Legge ma per l’Arte, e decisi di tornare a Roma»

Così, insieme alla moglie Emmelyn e al figlioletto – a cui poi ne seguiranno altri tre – lascia per sempre la sua terra per ricongiungersi con quel nuovo luogo che sentiva come casa sua.

«Odio sempre più l’idea di lasciare Roma, tanto è assolutamente inesauribile, e tanto forte è il mio attaccamento a lei.»

A Roma, l’artista trova la sua dimensione, il suo locus amoenus, dato anche dal suo appartamento al secondo piano di Palazzo Barberini concessogli dal Principe Filippo in cambio di un affitto simbolico, in cui dà vita ad un movimentato e fervido salotto di cui lui era in assoluto la personalità di spicco, tanto da affascinare lo scrittore Henry James, che ne realizza una biografia dal titolo “William Wetmore Story and his friends”.

Anche William si diletta come scrittore, pubblicando nel 1863 “Roba di Roma”, una guida della città che ne racconta la storia, le tradizioni, i luoghi, l’architettura, ma anche la musica di strada, il ghetto, i mendicanti.

Questa felicità romana, però, non sarebbe stata completa senza di lei, Emelyn Eldredge, sua moglie.

L’amore della sua vita, amante, amica e compagna. Con lei, William vive una vita appassionata, non priva di dolori: la morte, ad esempio, di uno dei figli, a soli 6 anni, sepolto poco distante da loro nel Cimitero Acattolico.

Alla morte di Emelyn, William non resiste al dolore.

Decide di realizzare un monumento, un progetto ambizioso: imprimere nel marmo tutto il vuoto, le lacrime, la sofferenza e la stanchezza di una prospettiva di vita senza di lei. Si promette, inoltre, che quell’opera sarà la sua ultima.

E così è.

William muore appena otto mesi dopo Emmelyn, non prima di aver portato a termine il suo Angelo del Dolore.

Angelo che oggi piange entrambi, nella tomba in cui i due, finalmente, si sono riuniti per l’eternità.

Ed è nel totale abbandono al dolore di quest’angelo, così umano e così potente, che ammiriamo la forza del loro amore. Per sempre.

Giulia Faina

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