Livia Drusilla, l’unica imperatrice di Roma

L’impero di Augusto segna un’epoca particolarmente felice della storia di Roma, caratterizzato dallo scambio culturale con popolazioni lontane, il rallentamento delle azioni di guerra, il forte incremento urbanistico, il rifiorire delle arti e delle lettere.

Tutto ciò ha portato cambiamenti fondamentali alla concezione della vita e ai costumi, soprattutto delle donne che acquisirono una straordinaria disinvoltura e autonomia.

La nuova mulier era padrona di sé e sei suoi beni materiali ma, nonostante fosse istruita e consapevole delle proprie capacità, non poteva esercitare il potere che era esclusiva priorità dell’uomo.

Nell’era augustea emerge fra tutte la figura di Livia Drusilla che, benché in quell’epoca l’aspettativa di vita fosse molto breve, visse ben 86 anni, di cui 52 accanto al marito Ottavio, affiancandolo nell’ascesa al ruolo di Princeps Senatus, primo tra gli uguali, ma passato alla storia come il primo imperatore di Roma, l’Augusto.

Consigliera, amante, educatrice, padrona di casa: tanta era la fiducia che Augusto riponeva in lei che può essere considerata, al pari del marito, l’imperatrice di Roma.

La sua longevità – ma anche Augusto non fu da meno: malaticcio come si sentiva visse ben 77 anni – è il segno evidente del suo attaccamento alla vita: il nipote Caligola, terzo imperatore, la definì “un Ulisse in gonnella” per la sua scaltrezza e per la sua capacità di manipolare le persone secondo i propri interessi.

È nota la cura quasi maniacale che riservava al proprio corpo: da una dieta parca, a partire dell’attenzione con cui sceglieva cibi, preferendo quelli con qualità medicinali, ad uno stile di vita che oggi definiremo “salutista”. Seguace delle dottrine del medico Asclepiade, il quale, oltre a prescrivere diete, esercizi passivi, massaggi, bagni e letti oscillanti, avallava il consumo di vino, purché moderato. E sulla tavola di Livia non mancò mai un buon bicchiere di vino, in particolare il Pucino, prodotto da un’uva coltivata nell’alto Adriatico e che gli enologi considerano l’antenato del prosecco.

Livia è una figura attuale anche per la sua visione del mondo, da lei guardato come scenario in cui muoversi e raggiungere le proprie ambizioni, senza timori e senza reverenza verso lo strapotere del sesso maschile. Le luci e le ombre, così come le discordanze storiche, intorno alla sua figura sono molteplici, ma certo è che la noia deve essere stata la grande assente nei suoi 86 anni di vita.

La gens Claudia, sua famiglia d’origine, come il primo marito, Tiberio Claudio Nerone, sposato a 15 anni, appartenevano alla cerchia di quei congiurati che misero in atto l’omicidio di Giulio Cesare e dovettero fuggire da Roma. Anche Livia non poté fare altrimenti, ma quando tornò, conobbe Ottavio e si innamorarono, perdutamente. Entrambi erano sposati, il tradimento del primo consorte di Livia tornò utile e fu Tiberio Claudio Nerone a condurre l’appena “ex” moglie all’altare e a consegnarla nelle mani dell’uomo che l’avrebbe amata, veramente, per tutta la vita, perché Augusto era proprio pazzo di lei. La propose addirittura al popolo come rappresentante della virtù romana, da contrapporre al vizio e a donne come Cleopatra, ritenute traditrici e lascive.

Livia infatti appare sulle monete a lei dedicate come la personificazione della Pietas: furono eretti templi in tutto l’impero a lei dedicati, le furono tributati onori, facendola divenire superiore alle vestali.

Ufficialmente i due non ebbero mai figli insieme, anche se quando convolarono “frettolosamente” a nozze (Augusto divorziò da Scribonia il giorno in cui questa dette alla luce la loro figlia Giulia e sposò Livia appena 3 giorni dopo), lei, già madre di Tiberio, attendeva Druso.

La gente fortunata riesce ad avere dei figli in tre mesi“, commentava ironicamente il popolo, in riferimento alla certa relazione extraconiugale di entrambi in costanza dei rispettivi matrimoni, in forza di una passione travolgente.

Non è escluso che Augusto abbia fatto quelle “carte” false per accelerare il matrimonio, perché non voleva assolutamente che suo figlio fosse cresciuto da altro padre. D’altra parte, “Augusto amò immensamente Druso da vivo, tanto da nominarlo sempre coerede insieme ai suoi figli […] e da morto lo lodò in pubblico […] al punto di pregare gli dèi affinché i due “cesari” fossero simili a lui” (Svetonio, De vita Caesarum).

Insomma, figlio naturale o no, Augusto e Livia crebbero insieme Druso come anche Tiberio e Giulia – nati dai precedenti rispettivi matrimoni – e vissero sempre nella stessa residenza, sul Palatino, in una dimora senza sfarzo, perché entrambi erano concordi nell’essere morigerati nell’esibizione della ricchezza. La “Domina”, questo il suo titolo indiscusso, non amava esibire tuniche e gioielli lussuosi, si occupava direttamente della casa e cuciva lei stessa gli abiti del marito, come racconta Tacito nei suoi Annali, nei quali la dipinge come una “moglie impeccabile”, che non ha mai avuto amanti, in un’epoca di costumi corrotti. In casa, secondo le testimonianze storiche, Livia impostò una vita di massima severità, non concedendosi alcuna distrazione o esonero dagli impegni giornalieri, priva di lusso e mondanità.

Ma la verità è che, dietro l’angelo del focolare, c’era una donna forte e volitiva che raggiunse tutti gli obiettivi che si era posta: dalla conquista di amministrare i propri beni privati, all’uso del sigillo imperiale per firmare documenti, capace di condizionare con intelligenza la vita politica di Roma nel più cruciale momento di crisi. Il suo vero scopo era quello di riscattare la sua condizione femminile, fino a pretendere il riconoscimento della sua presenza imperiale accanto al consorte. Una presenza paritaria che, se non legale, fosse almeno morale, politica e religiosa. Cosa che ottenne: quando il marito morì, nel 14 D.C., nel testamento espresse come sua ultima volontà il desiderio di “adottarla”. Morì 15 anni dopo il marito e, divinizzata, divenne la Diva Augusta e le donne romane giuravano nel suo nome.

La sua personalità aveva cambiato la concezione della donna romana, fino a lei vista quasi come oggetto, presente solo per la sua fisicità e come materia di scambio matrimoniale. Con Livia, la donna assunse non solo una funzione politica, ma pure sacra, di divinità benefica, di fondatrice e protettrice dell’impero.

Benché indiscutibili siano state le sue manovre per raggiungere l’obiettivo di veder salire al trono, dopo il suo amato Augusto, l’amatissimo figlio Tiberio, è stata la consigliera fedelissima dell’uomo più potente dell’Antica Roma che seppe tenere le fila dell’Impero entro le mura domestiche, dominando nell’ombra e dimostrandosi al popolo che l’adorava con modestia e riservatezza.

L’alter-ego di quell’Augusto che, passando a miglior vita, la salutò dolcemente, dicendole: “Livia, nostri coniugii memor, vive ac vale” (Livia, nel ricordo della nostra unione, vivi e stai bene).

Anna Maria

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