Pasquinata romana, accompagnami tu!

Quando a Roma non si poteva parlare, perché la testa era a rischio – e sotto Papa Sisto non veniva perdonato neanche Cristo! – la voce del popolo non taceva.

C’era Pasquino, lingua tagliente, che osservava le stravaganze – e gli strapoteri – dei ricchi e elargiva le sue critiche senza risparmiar nessuno.

Ma chi è Pasquino?

È una statua “monca”, un frammento di un’opera in stile ellenistico, risalente al III secolo a.C., danneggiata nel volto e mutilata degli arti, raffigurante probabilmente Menelao che sostiene il corpo di Patroclo morente, del quale esistono numerose repliche, tra cui quella quasi completa conservata nella Loggia dei Lanzi a Firenze.

Era certamente parte del corredo di statue che ornavano lo Stadio di Domiziano. Fu ritrovata nel 1501 durante la ristrutturazione del Palazzo Orsini (oggi Palazzo Braschi), proprio nella piazza dove ancora oggi si trova, allora Piazza di Parione, oggi Piazza di Pasquino.

Il cardinale Oliviero Carafa, che aveva commissionato i lavori al Bramante, intuì – al contrario di molti altri – il valore dell’opera, seppur non integra; per questo la fece sistemare nell’angolo in cui ancora oggi si trova, applicandovi lo stemma dei Carafa ed un cartiglio celebrativo.

Poco distante da questo luogo aveva sede l’antica università e alcuni studenti trovarono quel che resta della statua incredibilmente somigliate ad un loro professore e così, per scherzare, le affibbiarono in medesimo nome.

Ma ben presto – e non si sa bene il motivo – si diffuse il costume di appendere nottetempo al collo della statua fogli contenenti le cosiddette “pasquinate”, satire in versi, dirette a pungere i personaggi pubblici più importanti, papa in primis. Ogni mattina le guardie rimuovevano i fogli, ma ciò avveniva sempre dopo che erano stati letti dalla gente. In breve tempo la statua di Pasquino divenne fonte di preoccupazione, e parallelamente di irritazione, per i potenti presi di mira dalle pasquinate, primi fra tutti i papi.

Diversi furono i tentativi di eliminarla e fu Adriano VI (ultimo papa “straniero” prima di Giovanni Paolo II), durante il suo controverso pontificato durato solo un anno, che tentò di disfarsene, ordinando di gettarla nel Tevere. Fu distolto quasi in extremis dai cardinali della Curia, che intravvidero il pericolo e la possibile portata di un simile “attacco” alla congenita inclinazione alla satira del popolo romano. Anche Sisto V e Clemente VIII tentarono invano di eliminare la scomoda statua.

Giunse presto il momento di farla vigilare notte e giorno dalle guardie, ma le pasquinate apparvero ancora e più numerose, ma ai piedi di altre statue. Fu così che Pasquino trovò i suoi aiutanti: Abate Luigi, il facchino, Madama Lucrezia e una vera e propria spalla in Marforio.

Ma non bastò: da lontano cominciò a risuonare l’eco del Babuino, il bastian contrario.

I papi si infuriavano e, addirittura, Benedetto XIII emanò un editto che minacciava la pena di morte, la confisca e l’infamia a chi si fosse reso colpevole di pasquinate. Questa sorte toccò a Niccolò Franco: accusato di esserne l’autore, fu condannato a morte e giustiziato.

Ma, si può immaginare, le pasquinate continuarono…

E continuano ancor oggi, certo con gli aggiornamenti, la modernità.

Sebbene continui “a parlare” con i soliti libelli, Pasquino possiede un blog da influencer, perché, oggidì, c’è proprio tanto da di’!