Un mistero italiano nel Cimitero Acattolico di Roma

Tra gli alberi, le tombe e le sculture del Cimitero Acattolico di Roma si nascondono anche alcuni misteri. Certamente, la sepoltura che costituisce un mistero tutto italiano è la tomba che pare ospiti la musa ispiratrice de “La canzone di Marinella” di Fabrizio De Andrè. Un genio alato sembra essere “venuto a prendere” una donna che emerge dall’acqua (onde in basso) e indicarle il paradiso,

ricorda questi versi:  Ma il vento che la vide così belladal fiume la portò sopra una stella  Ospite di questa tomba è l’inglese Rosa Bathurst, una fanciulla che trovò la morte annegata tra i flutti del Tevere.  Che scivolò nel fiume….  La sua storia è breve, come le rose: figlia di un diplomatico inglese scomparsomisteriosamente in Prussia quando lei era ancora molto piccola (sola senza il ricordo di un dolore…), Rosa si trasferì a soli 15 anni a Roma, ospite degli zii Lord e Lady Aylmer e qui affascinò e incantò i salotti romani. Bellissima, colta, brillante, parlava fluentemente cinque lingue. Fu anche eletta “reginetta” durante una festa a Palazzo Farnese. I nobili romani gareggiavano per lei, che però era già promessa sposa.

Proprio insieme al fidanzato e agli zii, Rosa approfittò di una bella giornata soleggiata di marzo, dopo le precedenti piovose, per una passeggiata a cavallo. Al rientro, però, il cavallo di Rosa scivolò sul terreno fangoso, troppo vicino agli argini del Tevere, trascinando con sé la sua amazzone, che scivolò nel fiume a Primavera.  Il corpo venne ritrovato nascosto sotto la sabbia molti mesi dopo, ad ottobre, da due contadini. Il limo del Tevere lo aveva conservato in maniera impeccabile, tanto che il corpo e la bellezza della ragazza, rimasti intatti, apparivano come una reliquia sacra.  Circa un secolo dopo, venne pubblicato “Il racconto di Rosa Bathurst” di Giorgio Nelson Page, una storia romanzata del periodo romano di Rosa, fino alla sua tragica morte.  Forse questo romanzo potrebbe essere capitato tra le mani di un giovane De Andrè e dargli l’ispirazione. Ma non è detto.  Nel 1965 a “Studio 1”, il noto varietà televisivo, Mina cantò per la prima volta “La Canzone di Marinella”, scritta l’anno precedente dal cantautore genovese.  Molti anni dopo, nel 1993, De Andrè dichiarò in un’intervista:  «La Canzone di Marinella non è nata per caso, semplicemente perché volevo raccontare una favola d’amore. È tutto il contrario»  E poi ancora, nel 1997: «[Il brano] È nato da una specie di romanzo familiare applicato ad una ragazza che a 16 anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente. Un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte»  Dopo una serie di investigazioni, il pubblico riuscì finalmente a dare un nome alla donna nascosta dietro al personaggio di fantasia di Marinella: Maria Boccuzzi.  Maria era una ragazza calabrese, nata negli anni ‘20 a Radicena, in provincia di Reggio Calabria, che si era trasferita a Milano con la famiglia.  A 14 anni Maria cominciò a lavorare come operaia e, proprio in fabbrica, conobbe un giovane studente di nome Mario, di cui si innamorò

Ai signori Boccuzzi però il fidanzato non piaceva e Maria decise di scappare con lui.  Ma le cose non andavano bene: pochi soldi né lavoro e l’amore tra i due presto svanì.  Rimasta sola, Maria non sapeva cosa fare: non aveva una casa, un’istruzione e di tornare dai suoi proprio non voleva saperne. Aveva una cosa però, dalla sua: la sua giovinezza e la bellezza.  Maria aveva solo 16 anni, tipica bellezza mediterranea, e attirava l’attenzione. Decise così di sfruttare questi doni per entrare nel mondo dello spettacolo.  Con il nome di Mary Pirimpò cominciò a lavorare come ballerina nei varietà.  Purtroppo, quel mondo non si rivelò affatto come lei lo aveva sognato: lavorava per compagnie di quart’ordine, in teatrini malandati, dove al pubblico certo non interessava lo spettacolo in sé, ma sperava solo di vedere le gambe delle ragazze.  Tra il pubblico, vi era un uomo di nome Luigi, che si faceva chiamare Jimmy: elegante,affascinante, un vero playboy.  Nuovamente, Maria si innamorò.  Jimmy, però, non era l’uomo che appariva e presto la “cedette” ad un suo amico, Carlo Soresi, conosciuto ai più come “Carlone”, di professione protettore.  Fu Carlone che la avviò piano piano alla prostituzione. Maria non poteva ribellarsi: quando ci provava ven picchiata.  Maria si ritrova quindi da ballerina di fila a prostituta in una batteria di altre quindici sventurate a frequentare i bordelli e le case di tolleranza più squallide di Torino.

Da Torino Maria si sposta: Firenze, Milano… finché non arrivarono gli anni ‘50.

Nel ‘53, a 33 anni, dalle case chiuse passò alla strada.  In particolare, batteva la zona del fiume Olona.  Stanca, sola, schedata dalla polizia, cominciò a sentirsi vecchia: avrebbe voluto prendere i suoi risparmi, lasciare quella vita e ritirarsi in campagna.  Purtroppo, non fu quello il suo destino.  Era la notte del 28 gennaio 1953 e Maria era stata vista per l’ultima volta salire a bordo di un’automobile.  Il giorno dopo, degli operai ritrovarono il suo corpo sulla riva del fiume Olona, senza borsetta e senza documenti.  Il corpo restò alcuni giorni in obitorio, finché alcune colleghe convocate dalla polizia non la riconobbero.  Maria era stata picchiata, colpita con sei colpi di pistola e poi gettata nel fiume ancora viva.  La polizia indagò: venne messo sotto torchio il nuovo fidanzato di Maria, un ex ballerino che lei manteneva completamente. Lui, però, aveva un alibi di ferro.  Vennero interrogati anche i due protettori della donna, Jimmy e Carlone, ma anche questa pista si rivelò inconcludente.  Le indagini proseguirono per un po’, senza soluzione, né impegno: d’altronde si trattava di una semplice prostituta. E così, caso chiuso.  L’omicidio di Maria finì sui giornali di cronaca ed è lì che Fabrizio De Andrè (nato nel 1940) potrebbe averne letto la storia, rimanendone estremamente colpito.  Maria è, in fondo, uno di quei soggetti che popolano il mondo cantautorale di De Andrè: i disperati, gli emarginati, i reietti, i rifiutati e i dimenticati.  Ma i dubbi non sono del tutto fugati sulla vera identità di Marinella.

 

 Nel 2001, in occasione dell’inumazione delle ceneri di Gregory Corso nel Cimitero Acattolico di Roma, il giornalista Gino Castaldo rispolverò la storia di Rosa, indicandola come la vera Marinella della canzone omonima.  Una notizia priva di prove reali, ma che il giornalista diede per certa.  Ma non vi è alcuna certezza su chi si nasconda veramente dietro la figura di Marinella.  Certamente questo articolo ha ridato vita, almeno nel ricordo, alle storie tragiche di due donne così diverse, che la morte e un capolavoro della musica italiana hanno reso un’unica identità.  Non resta dunque che concludere con la poesia meravigliosa de “La Canzone di Marinella

Giulia Faina

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