John Keats: il poeta della bellezza il cui nome fu scritto sull’acqua

Nel cimitero acattolico di Roma, immerse in un’oasi di pace tra alberi e panchine, custodite da guardiani felini e disturbate solo da qualche rumore lontano del traffico del centro, si trovano, tra le altre, due tombe particolari, una accanto all’altra.

La prima, priva di nome, non lascia che qualche indizio sull’identità del suo proprietario. Una lira, in cima, con una corda spezzata: simbolo di una vita votata alla poesia, ma spezzata decisamente troppo presto. A seguire, un epitaffio, quasi una piccola poesia:

This Grave
contains all that was Mortal
of a
YOUNG ENGLISH POET,
Who
on his Death Bed
in the Bitterness of his Heart
at the Malicious Power of his Enemies,
Desired
These Words to be engraven on his Tomb Stone
“Here lies One
Whose Name was writ in Water”
Feb 24th 1821

La traduzione è semplice, e potrebbe fornirci degli indizi sull’ospite di questa tomba

L’epitaffio ci informa che la tomba è occupata da un giovane poeta inglese che, nel suo letto di morte, nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, volle che queste parole fossero incise sulla sua lapide: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto sull’acqua”.

La data di morte viene indicata al 24 Febbraio del 1821.

A correrci in aiuto è la lapide che si trova immediatamente accanto: anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un artista, come testimonia il bassorilievo raffigurante un pennello con una tavolozza di colori. Stavolta i riferimenti sono chiari: nella tomba riposa Joseph Severn, pittore inglese di discreto successo, che si era fatto notare proprio per i suoi scorci di vita romana e natura italiana, console britannico a Roma e Ufficiale della Corona in Italia, morto all’età di ben 85 anni.

Ma, soprattutto, l’epitaffio ci ricorda che il pittore era stato un amico devoto che aveva accompagnato fino all’ultimo, nel suo letto di morte, il poeta John Keats, morto prematuramente, cui però Severn era sopravvissuto per poterlo vedere poi annoverato tra i grandi poeti inglesi.

La tomba senza nome, appunto, appartiene al giovane John Keats, e, dietro i suoi misteri, nasconde una storia commovente: una storia d’amore, ma anche d’amicizia e di rivalsa.

John Keats non aveva avuto una vita semplice: nato da una famiglia non esattamente facoltosa, primo di cinque figli, aveva, giovanissimo, perso già il padre a causa di una caduta da cavallo, e poi la madre malata di tubercolosi.

Viene mandato dai suoi tutori a studiare come medico e chirurgo, ma presto John si rende conto di non provare alcun tipo di passione per quel mestiere. Fervente lettore, preferisce piuttosto dedicarsi alla poesia e alla letteratura, da autodidatta.

Conosce due importanti personaggi dell’epoca: Lee Hunt, uomo di grande cultura e fine poeta, che pubblica per la prima volta un’opera di Keats – O Solitude – sul suo giornale, e Percy Bysshe Shelley, vero e proprio genio poetico inglese che, più tardi, sarà ricordato proprio con Keats e Byron tra i massimi poeti del Romanticismo inglese. E’ anche grazie alla loro amicizia e alla frequentazione di altri intellettuali dell’epoca che Keats sarà profondamente ispirato nella sua creatività e sarà motivato ad approfondire sempre di più la sua conoscenza in ambito letterario.

Purtroppo, la cattiva sorte sembra perseguitarlo. Il fratello minore di John, Tom, si ammala di tubercolosi e John si dedica con tutto se stesso a prendersi cura di lui. Malgrado le cure, Tom purtroppo non ce la fa, e per superare il lutto, John decide di trasferirsi nella zona di Hampstead, presso l’appartamento di un suo caro amico, Charles Browne.

Qui John compone alcune delle sue opere migliori: la sua prima raccolta intitolata, semplicemente, Poems, le poesie Ode a un’urna grecia e Ode a un usignolo, e il poema Endimione, in cui anticipa alcune delle sue tematiche caratteristiche: il mito greco, l’amore, la bellezza.

Ed è proprio nell’Endimione che Keats scrive alcuni dei suoi versi più celebri:

«Una cosa bella è una gioia per sempre:
Si accresce il suo fascino e mai nel nulla
Si perderà; sempre per noi sarà
Rifugio quieto e sonno pieno di sogni
Dolci, e tranquillo respiro e salvezza»

Per Keats, quello che di bello ci accade, o che vediamo, o che proviamo, sarà per sempre una gioia, che resterà intatta in noi per sempre, diventando un rifugio sereno per la memoria e lo spirito.

Purtroppo, il talento di Keats non viene apprezzato particolarmente dai suoi contemporanei e, nonostante la strenua apologia della sua opera operata da Hunt e da Shelley, gli intellettuali inglesi, dall’alto della loro formazione accademica, continueranno a considerarlo, solamente, “un illetterato”.

E’ il 1818 e a rallegrare le sue giornate, in quel momento, c’è una giovane ragazza, figlia di vicini di casa: Fanny Brawne. Non bellissima, ma brillante e spiritosa, Fanny colpisce immediatamente John, che a lei dedica versi e lettere colmi d’amore, come questi di seguito:

«Mia cara ragazza,

in questo momento mi sono messo a copiare dei bei versi. Non riesco a proseguire con una certa soddisfazione. Ti devo dunque scrivere una riga o due per vedere se questo mi concede di escluderti dalla mia mente anche per un breve momento. Dentro la mia anima non so pensare a null’altro.»

«Non posso esistere senza di te, mi dimentico di tutto tranne che di rivederti: la mia vita sembra che si arresti lì, non vedo più avanti. Mi hai assorbito. In questo momento ho come la sensazione di dissolvermi: sarei estremamente triste senza la speranza di rivederti presto.»

«Mi sono meravigliato che gli uomini possano morire martiri per la loro religione. Ho avuto un brivido. Ora non rabbrividisco più. Potrei essere un martire per la mia religione – la mia religione è l’amore – potrei morire per questo. Potrei morire per te. Il mio credo è l’amore e tu sei il mio unico dogma.»

L’amore fra i due è assoluto, ma non privo di ostacoli: la situazione economica di John, che non lo rendeva esattamente un buon partito, e il suo desiderio di diventare un poeta celebre e riconosciuto che veniva però continuamente calpestato dalla critica, erano solo due dei motivi per cui, soprattutto i genitori di lei, non erano molto contenti di questa relazione.

Ma nel settembre del 1820 uno spettro ben più terribile s’insinua nella vita del poeta. O meglio, torna, dal momento che John si era già trovato di fronte ad una situazione simile, con sua madre e suo fratello, ed entrambi non ce l’avevano fatta.

Da mesi sofferente di una forte tosse e difficoltà respiratorie, è in una sera di settembre che John è costretto ad ammettere a se stesso di aver contratto la terribile malattia. Tornato da una giornata fredda e piovosa a Londra, John viene accolto dal suo coinquilino, Charles Brown, che lo invita a mettersi al caldo nella sua stanza, dove lo raggiunge poco dopo con una tazza di tè caldo in mano. Ma entrando nella stanza, Charles sente il poeta tossire, fino a quando John gli chiede di illuminarlo con la candela perché sente di avere del sangue sulla mano. E’ lì che John capisce, e afferma, sicuro della sua esperienza: “Questo è sangue d’arteria, questo sangue è la mia condanna a morte.”

John comprende immediatamente di non avere speranza: ha contratto la  tubercolosi.

Decide quindi di scrivere a Fanny “liberandola” dal loro impegno, ma lei è determinata, come solo un’innamorata può essere. Per i due è impossibile ora vedersi, ma lei rimane al suo fianco comunque, come può.

Purtroppo, la situazione di John non migliora e i medici gli consigliano di trasferirsi in un luogo più caldo e soleggiato, come l’Italia, per avere almeno una speranza di guarigione. Ad accompagnarlo, l’amico pittore Joseph Severn, un giovane generoso ed entusiasta, che presto si rivelerà il migliore degli infermieri e il più fedele degli amici.

Dell’addio a Fanny non abbiamo notizie. Sappiamo che i due si separano con una promessa di matrimonio: John, infatti, le regala un anello di fidanzamento, promettendole di sposarla non appena guarito. Lei gli fa dono di un ovale di marmo che usa per raffreddare le dita mentre cuce, e che gli sarebbe stato d’aiuto nei momenti di febbre alta.

Arrivati a Roma, John e Joseph si trasferiscono al numero 26 di Piazza di Spagna – dove oggi si trova la casa museo del poeta – e qui, nonostante le cure, la salute di Keats non migliora. Non scrive nemmeno più a Fanny, pensare a lei è un dolore ancora più acuto della malattia, e vorrebbe che lei lo dimenticasse presto, per evitarle il dolore della perdita.

Il 23 Febbraio 1821, alle 23 di sera, all’età di soli 26 anni, John Keats si spegne fra le braccia dell’amico Severn.

Alla notizia, Fanny è distrutta. Si taglia i capelli, veste solo di nero e porta il lutto per anni. Più di dieci anni dopo si sposerà con un altro uomo, Louis Lindon, ma non toglierà mai l’anello datole da Keats, e non racconterà mai a nessuno della loro storia d’amore.

E infatti la loro vicenda resta segreta fino al 1878, anno in cui i figli di Fanny decidono di pubblicare le lettere dei due innamorati per raccontare al mondo questa triste e bellissima storia d’amore.

Ancora oggi, Keats riposa qui a Roma, nel luogo che Joseph Severn, da bravo pittore, aveva ritenuto più adatto all’amico, sotto un letto di violette, il fiore preferito del poeta, con la promessa di ritrovarsi vicini, uniti, nel momento della morte.

L’epitaffio misterioso lancia un’ultima frecciatina ai suoi detrattori, prima di arrendersi all’evidenza: Keats non era riuscito a realizzare il suo sogno di diventare un celebre poeta, e aveva quindi chiesto a Severn di non scrivere il suo nome sulla lapide poiché presto tutti si sarebbero dimenticati di lui, come se quel nome fosse stato “scritto sull’acqua”.

Inoltre, la sua data di morte viene “spostata” al 24, per via delle diverse usanze romane rispetto a quelle inglesi. A Roma, infatti, il tramonto, con la recita dell’Angelus, veniva considerato il momento di passaggio da un giorno all’altro. Morendo, secondo le lettere di Severn – cioè, le informazioni che consideriamo ufficiali – alle ore 23 del 23, le autorità romane preferirono mantenere le loro consuetudini, incidendo la data del 24 febbraio.

Severn, la cui vita invece sarà molto, molto lunga, nel momento della morte ricorda l’antica promessa fatta all’amico: quella di essere sepolti vicini. E così fa. La sua lapide, accanto a quella del poeta, non solo ci ricorda di un’amicizia meravigliosa, ma anche di una rivincita assoluta.

Severn, infatti, avendo vissuto molto più di John, riesce ad assistere alla rivalutazione dell’opera di Keats, che viene, da quel momento in poi, annoverato e riconosciuto tra i tre grandi poeti del Romanticismo Inglese.

Giulia Faina

visita guidata tematica: Al Cimitero acattolico: le vite, le follie, gli amori