Trastevere, cuore di Roma

Augusto, nel suo regno durato quarantuno anni, ridisegnò i confini dell’Urbe e la divise in 14 regiones: una, la quattordicesima, era trans Tiberim, aldilà del Tevere.

Trastevere esisteva già dal VII sec. a.C., quando il re Anco Marzio espugnò il Colle Gianicolo e arretrò la comunità etrusca ivi stanziale. Ma è nella tarda età repubblicana che a Trastevere cominciò la crescita demografica, popolandosi essenzialmente di famiglie povere impegnate in attività connesse al Tevere.

Questo carattere di povertà e provvisorietà è sempre stato un segno distintivo di Trastevere.

Trastevere è anche custode delle chiese più antiche di Roma e, in assoluto, di una delle prime chiese dedicata alla Madonna: Santa Maria in Trastevere.

Oggi è il cuore della movida, ma i suoi vicoli, le sue fontane e le sue chiese raccontano storie dal sapore antico.

Le donne trasteverine, meglio note come le “minenti”, figure tipiche della romanità, dotate di fascino e di femminilità dirompente, erano chiamate anche “taglia e cuci” perché sapevano tutto di tutti. Quando si riunivano sulle rive del Tevere per lavare i panni dei “signori”, alleggerivano la fatica spettegolando. Una sorta di giornale orale, di gossip cittadino vigile su tutte le situazioni e le vicende dei rioni.

Non di meno rilievo gli uomini, i bulli, con i calzoni stretti al ginocchio da legacci, giacca di velluto, sciarpa di colore sgargiante, mantello tenuto su un braccio e i capelli raccolti da una retina da cui fuoriusciva un ciuffo, coltello in bocca e sassi in mano, simbolo dell’orgoglio popolare di sentirsi romani, depositari di una sorta di nobiltà di cittadinanza, anche se di sangue plebeo.

L’emblematico bullo trasteverino, arcigno giocatore di bocce o di ruzzica e morra, ha il suo ambiente ideale nell’osteria. Suo antagonista è lo smargiasso, un fanfarone senza arte né parte.

Trastevere è infatti custode anche della tradizione della cucina romana, con antiche osterie dalle ricette tramandate per generazioni.

Basta entrare nella storica “Checco er Carrettiere” per ripercorrere la storia del rione, penetrarne il cuore, viverlo nel profondo: un antico carretto appartenuto a Checco, primo proprietario dell’osteria; ricordi di Trilussa assiduo frequentatore e intenditore di vino buono, quello dei Castelli; foto di famosi avventori provenienti da tutto il mondo; pareti affrescate da chi dipingeva per vivere e non vivere per dipingere; Stefania, la simpatica nipote di Checco, accogliente e comunicativa di tutta la sua romanità e orgogliosa di trasmettere l’eredità del nonno; e una poesia messa in bella mostra al centro di una parete che traduce in due battute lo spirito del rione: “Io so’ Romano!… e poi, pe’ gionta… so’ Trasteverino!”

Anna Maria