Coppedè, alla ricerca del Santo Graal

(Immagine scattata da Felicia Napoli)

È il 1915 quando Gino Coppedè viene incaricato dalla Società Anonima Edilizia Romana di progettare un quartiere che si sarebbe inserito tra il Salario e il Trieste, zona deputata all’edilizia privata per il ceto borghese. Gino Coppedè è originario di Firenze, suo padre era un intagliatore del legno e, in effetti, osservando le sue opere, è come se fosse riuscito a riversare l’arte dell’intaglio sulla pietra.

È il primo architetto che dà il nome al quartiere che egli stesso ha progettato. I suoi lavori più importanti condotti fino a quel momento, come il Castello Mackenzie , lo avevano già contraddistinto per uno stile del tutto personale, ma fu a Roma che il maestro diede vita al suo massimo estro.

È difficile definire lo stile architettonico di Coppedè: slegatosi dallo stile predominante dell’epoca, il razionalismo, si ispirò allo stile liberty, al neogotico, all’art decò, creando un’opera del tutto innovativa ed originale.

Il quartiere Coppedè è un unicum dell’architettura. Varcando la soglia dell’arco d’ingresso, che si trova su via Tagliamento, si ha l’impressione di entrare in un luogo magico, enigmatico, avvolto da un’aurea di sacralità, che cattura lo spettatore e lo fa sentire del tutto sopraffatto. Protagonista del quartiere è il Simbolo, l’interpretazione però non è univoca e può trarre in inganno ed è forse questa la vera intenzione del maestro.

L’arco di ingresso infatti mostra una decorazione medievaleggiante con un’iscrizione che recita “ESSEN DEN SEMPRE LI TUOI RAGGI DUCI”, un verso del tredicesimo canto del Purgatorio nel quale Virgilio si rivolge al Sole.  La parte centrale “Sempre li tuoi” è in realtà un anagramma di “Simulo Pietre”, un messaggio dello stesso quartiere che sembra suggerire “Sembro solo pietre, ma in realtà sono molto di più!”.

Addentrarsi nel cuore di quest’opera è emozionante quanto difficoltoso. Varcato l’arco si percorre una strada che porta ad una piazzetta centrale coronata dalla “Fontana delle Rane”, certamente ispirata alla “Fontana delle Tartarughe” di Giacomo della Porta che si trova in Piazza Mattei. Ai lati due grandi palazzi sembrano sfidarsi: il Palazzo del Ragno e il Palazzo Senza Nome, grandi edifici vivi, non privi di inquietudine. Di fronte il Villino delle Fate sembra una casa incantata, fatta di boschi, personaggi e tetti spioventi.

Questa elegante sorpresa nel cuore di Roma, lascia senza fiato chiunque la attraversi. Un luogo unico del mondo, forse non abbastanza conosciuto, certamente poco valorizzato, che porta con sé un messaggio in codice ancora da scoprire.

Isabella Leone

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