Riflessioni sul 25 aprile: 1945–>2020

 

Necessario e doveroso aprire queste riflessioni con il proclama di sciopero generale a Milano per il 25 aprile 1945 pronunciato da Sandro Pertini, che poi sarebbe diventato forse il più amato Presidente della Repubblica Italiana: “Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”.

Ebbene, il 25 aprile fu solo l’ultimo atto di una costante e progressiva ondata di liberazione, un moto ascendente il cui inizio deve collocarsi alla data del luglio 1943, ancor prima quindi della caduta del fascismo, quando le prime divisioni angloamericane dalla Sicilia cominciarono a risalire lo Stivale. La liberazione di Roma nel giugno 1944, preceduta da quella di Napoli e seguita da Firenze e quindi da Bologna il 21 aprile 1945.

È dunque l’ingresso dei partigiani a Milano il momento culminante di un processo di liberazione che ha avuto luogo in Italia grazie alla cooperazione delle truppe alleate, antagoniste al regime, e circa centomila partigiani, tra cui molte donne. Sole, le due unità, non avrebbero raggiunto lo scopo.

Quindi il 25 aprile altro non è che la conclusione dell’azione di liberazione e soprattutto della lotta antifascista che era durata per vent’anni.

È ufficialmente la fine delle ostilità della seconda guerra mondiale e costituisce il momento in cui gli Italiani hanno finalmente riscattato la loro libertà.

Per questo motivo il 25 Aprile è una grande Festa di identità nazionale e di libertà il cui valore, paradossalmente, è stato insegnato proprio dal fascismo che ne ha privato il popolo.

La Festa del 25 Aprile o Festa della Liberazione celebra dal 1946 la lotta di resistenza messa in atto politicamente e militarmente dai partigiani contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista, che ha posto nelle fazioni opposte Italiani contro Italiani.

La storiografia più attenta declina al plurale le parole antifascismo e resistenza per meglio valorizzare il diverso comportamento che caratterizzò la società italiana in quelle settimane cruciali, in quanto la resistenza non fu solamente quella armata ma anche e soprattutto quella civile che si tradusse in piccoli gesti, come quelli semplici, spontanei ed umani di nascondere un ricercato o un ebreo o aiutare un affamato. Una partecipazione collettiva.

Il 25 aprile è fondamento della convivenza della nostra comunità, l’inizio del cammino nella libertà.

E come disse Sandro Pertini, “la libertà non è mai una conquista definitiva ma un bene prezioso che bisogna difendere giorno per giorno”.

Secondo Camilleri la nostra Costituzione, “la più bella di tutte”, è ispirata a quello che fu il 25 Aprile. La resistenza non ebbe il colore di una fazione ma di una Nazione, perché la resistenza non ebbe un colore politico, in quanto formata da diverse fedi politiche: comunisti, socialisti, liberali, monarchici, tutti uniti da un unico scopo: liberare l’Italia dal nazifascismo e recuperare, anzi conquistare la libertà.

Il dissenso al nazifascismo non fu infatti principio dei soli partigiani, ma anche dei civili e religiosi, tanto cristiani quanto ebrei.

Il valore della resistenza, dell’antifascismo e della libertà devono essere valori per tutti, senza distinzione di colore o credo politico. Ecco perché “Bella ciao” non è una canzone di parte ma un inno alla libertà.

Festa civile di rivoluzione, di rinascita, di ricostruzione. Il 25 Aprile è l’immagine di una liberazione dal pericolo.

Settantacinque anni dopo ci ritroviamo immersi nel pericolo, in uno stato d’assedio in cui ci costringe la pandemia.

Per tutti, anche per coloro che non lo hanno vissuto, il pensiero è andato a paragonare lo stato attuale con quello che hanno vissuto i nostri nonni durante la guerra, con la differenza che allora il nemico era qualcosa di identificabile, mentre oggi è invisibile e potrebbe nascondersi nel tuo amico più caro.

E così come nella lotta partigiana migliaia di persone hanno messo in gioco la propria vita per la conquista della libertà collettiva, alla stessa maniera oggi si verifica il sacrificio per la conquista collettiva della libertà, seppur di diverso profilo.

Superato il momento della paura del contagio, l’angoscia attuale è se mai ritroveremo il mondo come lo abbiamo conosciuto prima, consapevoli che, stretti tra il virus e le tragiche conseguenze economiche della segregazione, dovremo imparare a convivere con il pericolo e trovare il coraggio, esattamente come un partigiano.

Nel mondo che abbiamo appena lasciato, il concetto di libertà coincideva con l’individualismo. Le difficoltà nelle quali ci siamo trovati improvvisamente immersi ci hanno donato una concezione collettiva di libertà, ovvero il desiderio della libertà di poter essere liberi.

Pasolini sosteneva che la libertà conquistata nel dopoguerra ci ha trasformato da sudditi in consumatori, ma né sudditi né consumatori fanno esperienza della libertà, perché la libertà non può essere dissociata dalla fratellanza. Ce lo insegnano i concetti fondamentali della Rivoluzione francese che ha risvegliato la coscienza dell’Uomo: liberté, egalité et fraternité, dove libertà e uguaglianza senza fratellanza diventano concetti vuoti, perché la libertà separata dalla solidarietà è pura astrazione.

Il tempo che ci attende diventa quindi un dopoguerra. Ora come allora c’è la necessità di ricostruire tutti insieme un avvenire migliore.

Il dopoguerra è stato caratterizzato da scontri, anche gravi, tra fazioni opposte; tuttavia ci fu uno spirito e una volontà di ricostruzione, fiducia reciproca e grande orgoglio nazionale. L’Italia era un paese umiliato e distrutto che divenne rapidamente una grande potenza industriale. Tradizionalmente gli Italiani hanno saputo dare il meglio nei momenti più difficili, proprio per quell’orgoglio nazionale e di appartenenza ad un Grande Paese che fondamentalmente è amato fai suoi figli.

Il punto di partenza di questo viaggio tra passato e futuro sono le parole di Pietro Calamandrei, uno dei nostri padri costituenti, “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare“.

A tutti noi manca la libertà, nel momento in cui un virus sconosciuto è venuto a toglierci l’aria.

Ma l’Italia fu ricostruita con il lavoro e il talento.

Il lavoro è il principio fondamentale, l’articolo numero uno, della nostra bella Costituzione. E il progetto della Costituzione è dare ad ogni uomo la dignità di Uomo. Tra i princìpi costituzionali c’è la difesa della cultura, del patrimonio artistico e del paesaggio e la tutela della salute pubblica.

Possiamo uscire migliori dal momento che stiamo vivendo ed attuare finalmente il progetto costituzionale fatto da uomini molto lungimiranti che purtroppo è stato smontato e accantonato negli anni a seguire.

Il 25 aprile si è lottato non per una semplice libertà o contro il fascismo ma soprattutto per avere i diritti della democrazia, insegnandoci che “la libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione” (Giorgio Gaber).

Anna Maria

«Una mattina mi son svegliato,
oh bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E le genti che passeranno
Ti diranno «Che bel fior!»

«È questo il fiore del partigiano»,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
«È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!»

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